![]() ![]() ![]() La letteratura turca del Novecento porta i segni dei conflitti, in primo luogo quello sulla questione kurda. La splendente Istanbul, vecchia signora che siede imponente al confine tra Europa e Asia: l’antica Bisanzio e poi Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente fino all’assedio del 1453; crocevia di storia e di arte, oggi caotica e sregolata, inquinata. Konya, Iconium per i romani, capitale del regno dei Selgiuchidi tra la fine dell’XI secolo e il XIV, Iconio nelle Lettere di san Paolo che vi ha soggiornato insieme a san Barnaba. Ma questo paese, in bilico tra modernità e arretratezza, ha una delle stanze segrete, buie che se illuminate mettono i brividi: l’assenza di democrazia, la violazione dei diritti umani. Sono numerosi i giornalisti, i progressisti, gli artisti e gli intellettuali in prigione. Aysenur Zarakoglu, prima donna editrice in Turchia è stata arrestata più volte per aver pubblicato libri sulla questione kurda e armena. Oppure Ismail Besickci, che per i suoi libri di sociologia ha messo insieme condanne per un centinaio d’anni di carcere. O ancora Leyla Zeyna, deputata kurda condannata a quindici anni. Se invece lasciamo da parte gli itinerari turistici e scegliamo quelli letterari può capitare di trovarci ai margini di Istanbul tra le baraccopoli (che si trovano in tutte le grandi città turche dove vivono turchi e kurdi) dalle case di cartone messe in piedi di notte, oppure per le strade di una Turchia arcaica e lontana, di contrade antiche dal sapore epico, in compagnia di Yashar Kemal, scrittore di origine kurda. Straordinario cantore di un universo terribile, difficile da dimenticare: quello dei contadini della Çukurova, l’antica Cilicia. Kemal illumina la piana di Adana dove è cresciuto e la fa risplendere insieme alla sua gente, nei tratti di un realismo dalla geometria rigorosa, screziato dai colori della mitologia e dell’epos. Una quarantina i suoi romanzi letti nel mondo e finalmente pubblicati in Italia dall’editore milanese Giovanni Tranchida. Da Memed il falco, scritto nel 1955 (è la ribellione di un giovanissimo contadino rimasto orfano che muove da un’ingiustizia subita, per poi diventare ribelle e sfidare tutte le ingiustizie incarnate da un signore feudale), alla Trilogia della montagna; da Tu schiaccerai il serpente a Gli uccelli tornano a volare, fino a Teneke e al piccolo, delizioso Bambini dedicato all’infanzia, evidentemente a lui cara: la narrativa di Kemal racconta un mondo affascinante che affonda le radici nelle antiche contrade calpestate da Senofonte e i suoi mercenari greci, ai piedi del Tauro, la catena montuosa che dolcemente si affaccia sul Mediterraneo. Un mondo di realismo crudo, straziante, a volte allucinato, privo di magia. Dolente e amorevole allo stesso tempo. Così va in scena in quel teatro, la piana della Çukurova, la tragedia antica e moderna delle popolazioni seminomadi che la popolano, ferite da leggi arcaiche applicate dall’aristocratico di turno. Così si dipana quel dolore antico che sempre si rinnova, perché la storia, proprio lei, non ha pietà dei colpi che sembra voler infliggere sempre agli stessi. Così Kemal canta quel dolore e il suo canto ne è consolazione, rapimento, elegia; canta con la sua voce di poeta discreto e affabile, con il suo stile scarno ma efficace e, insieme a lui, cantano i più deboli. Una narrativa che probabilmente affonda le sue radici nella biografia di questo scrittore originario della regione di Van, a sud-est della Turchia, Kurdistan, cui a cinque anni hanno ucciso il padre mentre pregava in una moschea. Ecco Kemal che impara le canzoni dei girovaghi e viene a conoscenza di una preziosa tradizione orale, Kemal raccoglitore di riso, di cotone, trebbiatore, maestro, giornalista. Kemal che in gioventù (è del 1922) è accusato di simpatie comuniste. Kemal e il carcere negli anni del governo Menderes, le torture (ne porta ancora i segni). Kemal in cima a un elenco di “condannati a morte” stilato dai fascisti noti come Lupi Grigi. Kemal che scrive a favore dei kurdi e si prende una condanna a venti mesi per “istigazione all’odio”. E Kemal candidato al Nobel per la letteratura dal 1984, insignito della Legion d’onore e premiato con il Nonino nel 1997: «sciamano delle lettere turche», questa la motivazione e, ancora, dai librai tedeschi alla fiera internazionale di Francoforte: «per la pace». |
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